gli anni di carta 
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  2007

  la finestra

 

quel giorno

aladino

arrivò da un’antica strada d’oriente

mentre il signor x

camminava

lungo una via accanto

 

 

confesso

sono presuntuosa

sono io

che riquadro e porto

la realtà nei suoi colori

agli occhi senza fretta

 

la vita la si conosce

solo per dettagli

che la mia marginalità

sa vedere

 

i santi

parlano ancora di un certo gesù

conosciuto un giorno per caso

e che oggi si compra

al supermercato

 

io apro sui passi lenti

per vie dure come pietra

dove il silenzio è di casa

anche se resta inascoltato

e la musica si ferma sulla porta

dove

pazienti ciottoli

portano da chissà chi

da tanto tempo

gli antichi muri

sanno

più di intrighi amorosi

che di battaglie

e di armi

e di guerrieri

di un lontano passato

ai libri di storia

 

 

con il passare del tempo

aladino imparò

che la magia

era nel suo desiderio

e non nella lampada

fu così

che anche il signor x

scoprì il segreto

 

 

quante

quante volte ho bussato

ad una porta

e nessuno mi hai mai aperto

 

il vecchio muro

ha ceduto il passo al nuovo

non si ricostruisce il passato

vanno rispettate le tracce

ricostruirlo sarebbe finzione

 

la gente corre

nel grigio di tutti i giorni

poco importa dove

 

le antiche torri

come un castello in disarmo

non fanno più paura a nessuno

non sanno più chi spiare

inutili fortezze di ieri

e monumenti utili di oggi

all’insensatezza dell’uomo

 

 

sharāzād

abitava da queste parti

e ancora oggi va raccontando

le sue mille e una notte

chissà domani

insciallah

 

 

gli orologi

più vicini per tempo a baudelaire

che non a evtushenko

indicano ore

che ormai interessano solo più

alle campane

 

qui il sole spiove

da gelosie contrarie

sulla pazienza certosina

di sorelle

che vedono il cielo

ma non la terra

in religioso silenzio

 

da questo eremo sorella

dimmi

quanti secoli sono passati in silenzio?

e dimmi ancora

quanto

hanno dovuto piangere

gli angeli

per questi due laghi?

 

in questi calmi occhi chiari

si specchia ancora narciso

credendosi un cigno

mentre il brutto anatroccolo

si gioca le sue carte amorose

sapendo della bellezza dell’oca

 

le stagioni passano

tra l’indifferenza dei galli

mattutine banderuole

che mille anni fa scacciavano

le tenebre e ora indicano

solo più

la direzione del vento

 

ho bussato

alla mia porta

non ero in casa

ammiro ora i batacchi

nella loro per me splendida inutilità

 

i camini altezzosi

sono da secoli

asilo al volo pellegrino

di un colombo viaggiatore

che non sa ancora

della regina isabella

 

alcune di noi sbadigliano

altre chiacchierano

altre ancora si annoiano

discrete

dietro pigre tendine

ma tutte siamo occhi aperti

sulla strada

 

le marie

i rocco

i pietro e

paolo

anche qui

si sprecano

santi che parlano

di un gesù ormai lontano

e che forse rivedremo

a dio piacendo

 

i panni al lavatoio

non sbattono più da tempo

almeno in questo

le donne di oggi

hanno avuto fortuna

 

la mia voce mi ha tradito

io non sono la finestra

sono il suo telaio

essenziale e libero

splendidamente inutile senza ante

io sono anche senza muri

riquadro e coloro la realtà

per gli occhi

meno frettolosi

io sono il pretesto

per ricordare

che di dettagli si vive

 

 

e dal giorno in cui aladino

ritornò tra le antiche pagine

 il signor x

si ricordò

che la magia di un mondo colorato

stava nel suo  desidero

agli altri

il bianco e nero.

 


Il testo è quello del “corto” la finestra riportato, seguito dalle note realizzative, in queste pagine sotto la voce “lavori”. In "testi tradotti" si trova la versione in francese per la sottotitolazione. Il filmato può essere visto anche all’indirizzo:

http://www.icorti.it/Streaming_1_2007/038.html

 in ricordo di chica

 

sono passati ormai alcuni anni da quando chica se n’è andata all’altro mondo. lei con la sua premura di crescere. di volare via. con le sue ali ancora incerte. eppure ricordo ancora il nostro incontro. era caduta dal nido, costruito sotto il provvidenziale tetto di una chiesa,  in giorno d’estate. come spesso succede la voglia di affrontare il mondo con le proprie forze, o forse anche un imprevisto, ti spinge verso ciò che non conosci. e quello che non conosceva era il marciapiede di sotto. non conosceva la durezza della pietra. ma, soprattutto, la gatta del primo piano nella casa di fronte. una gatta tirata su da una famiglia per bene. lo si capiva dal suo pelo curato con la tanta amorevolezza che le veniva di certo riservata. come si sa il gatto è un giocherellone. anche con la vita degli altri. di quelli più deboli, s’intende. e a volte lo è persino troppo. quando meno te l’aspetti il destino è pronto a portati via il giocattolo cui tanto tenevi. e quella volta la mia mano arrivò un attimo prima che i bianchi denti aguzzi si chiudessero sino in fondo. fu così che feci la conoscenza di chica. e iniziai a vivere con lei. a dire la verità dietro al suo nome non c’è una vera ragione. la chiamai così da subito. da quando la mia mano la raccolse per difenderla dallo scampato pericolo. la misi, malconcia, in una scatola che avevo sottomano e la portai a casa. ricordo ancora di averle comprato persino un po’ di tritata. mi avevano detto che anche ai piccoli passeri si deve dar da mangiare un po’ di tutto. siamo vissuti poco assieme. troppo poco. forse trovava la mia vita monotona. l’osservare dalla spalla ciò che io andavo scrivendo sul monitor forse l’annoiava. o forse era semplicemente fatta così. non sto inventando niente. basta cercare su qualche sito internet per vederci. in fotografia. entrambi di spalle. sotto la voce l’autore. a casa mia non ci sono muri. né tanto meno gabbie. dalla finestra vedevamo la gatta del piano di sotto pigramente in attesa di novità. che, spesso, piovevano dal cielo. a chica  avrei voluto dire: aspetta ancora un poco. non andartene via così presto. le tue ali sono ancora acerbe. di gatti è pieno il mondo. non fanno altro che aspettare una vostra debolezza. non ne ho avuto il tempo. in un pomeriggio assolato, non vedendola sul suo angolo preferito della libreria, la chiamai. non arrivò. come sempre la finestra era aperta. e il suo volo presumo ancora troppo incerto. ho sperato nella provvidenza. poi mi sono rassegnato. nella vita bisogna saperlo anche fare. a qualsiasi costo. in fondo, la libertà è cosa buona e giusta. come lo è anche la natura. così ragionavo, mentre la gatta del primo piano se ne stava serenamente a godersi il sole. leccandosi i baffi.

 

 la 22esima croce tuareg

 

io non so se quanto sto per raccontare possa interessare qualcuno. sta di fatto che lo racconto. si può anche non leggere. qualche anno fa non tanti (2 o 3) in una mostra, che avevo realizzato a tunisi  presso il club culturel tahar hadad, avevo esposto le 21 croci tuareg raccolte nei miei viaggi nel sud del sahara e cucite con un racconto tradotto anche in arabo. durante i giorni di esposizione ho conosciuto nebil. un giovane venditore di gioielli che aveva (e ancora ha) negozio all’ingresso della medina. come spesso accade, su un interesse comune nasce un'amicizia. e così è stato. tra una chiacchiera e l’altra sulla cultura tuareg mi disse che un suo amico libico gli aveva detto che era stata creata una 22esima croce. in ricordo di mano dayak. l’unica a non essere simbolo di appartenenza a un gruppo territoriale. io però non sapevo chi fosse mano. così mi raccontò la storia di questo personaggio famoso e importante per la sua gente. terminò il suo racconto dicendomi che se un giorno avesse trovato quel nuovo gioiello me lo avrebbe regalato. passarono alcuni mesi. me lo regalò. lo aveva trovato nella libia del sud. queste poche righe sono il pretesto per giustificare un'immagine che dovevo riportare. tra i tuareg per qualche tempo ho vissuto. e al museo etnologico di algeri ho lasciato le prove. ho lasciato molto di quanto avevo trovato. altro lo si può vedere a torino. al centro per la cultura ludica. non amo tenermi la cultura in casa. la cultura deve essere a disposizione di tutti. anche per questo ho scritto queste poche parole. io non sono bravo. sempre. sono fortunato. a volte. ecco, allora, la 22esima croce tuareg: mano dayak.

versione commercializzata [2008]

 

mano figlio di dayak [mano dayak, o meglio mano ag dayak], era nato, con la sabbia negli occhi a tidène nell'aϊr [niger], tra l'anno della grande siccità e l'anno dell'invasione di cavallette (tra l’anno 1949 e il 1950. i tuareg non numerano gli anni. danno loro nome di un evento che li ha caratterizzati) e morto il 15 dicembre 1995 nell'adrar chirouet, aϊr [niger]. passò l’infanzia nel sahara rispettando le parole di sua madre: "mano, sotto la tua lingua si nasconde il miele, ma non lasciare mai il deserto poiché il deserto purifica l’anima. lontano da esso, sei sordo e cieco". maturò tra la  scuola dei nomadi, il volontariato americano e delle ong, e le missioni. poi gli studi universitari usa e francia. e il ritorno ad agades per portare aiuto al suo popolo. mano dayak approfondì la conoscenza della cultura tuareg per farla conoscere al resto del mondo. se ne avvalse anche bernardo bertolucci per far vedere, agli occhi europei e americani i volti e le voci reali di autentici tuareg con il tè nel deserto. ma la cosa più importante fu la sua lotta in difesa del popolo tuareg. per molti anni, nel niger e nel mali, i tuareg hanno subito una forte repressione. motivo: la loro irriducibile diversità. il non rispetto delle frontiere imposte dai colonizzatori, la ribellione a una politica di emarginazione e assimilazione forzata, dovevano essere cancellate. nel silenzio. nella sofferenza il conflitto loro interno si ricompose. ma l’assenza di risorse e l’isolamento bloccarono ogni iniziativa per una reale autonomia. derubati della libertà, dipendono, oggi, dagli aiuti internazionali di tardivo soccorso alle popolazioni saheliane. in questa lunga storia di lotta del popolo tuareg per la sopravvivenza e la dignità mano dayak è stato uno dei capi negoziatori. prima, uomo di mediazione tra i ribelli del fronte di liberazione e il governo di niamey poi, dopo inutili negoziati si avvicinò  alla guerriglia e, con un instancabile lavoro in difesa della pace e dell’identità del popolo tuareg, portò la résistance armée alla firma degli accordi di ouagadougou. se un giorno andrete nel sahara e incontrerete gli uomini blu ricordatevi e ricordate loro queste sue parole:  quando dall’alto della mia roccia io guardo questo deserto che ha visto viaggiare mio padre e prima di lui il padre di mio padre e tutti i padri dei miei fratelli tuareg, io so che da esso noi prenderemo la forza e la saggezza necessarie per costruire il mondo che sogniamo per le nostre famiglie e per i nostri figli”. spesso il vento cancella quanto di buono viene fatto. 

 

[parziale fonte di questa nota su mano dayak è stata l’enciclopedia libera online WikipediA] 

 
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