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  I MONACI, LA MASCA E LA STREGA
  Capitolo 2 - Eliseo

 

Eliseo,  per una strana casualità, ma certo per una non rara combina­zione che si verifica nel caso di molte coppie, fisicamente era pro­prio l'opposto di Simone. Aveva i capelli scuri, occhi neri, buoni e intelli­genti, viso smunto e pal­lido, di statura media e circa un decennio più giovane del suo confratello.

Suo padre, uomo giusto, ma inflessibile, era il marchese di una zona di frontiera e viveva con la fa­miglia in un maniero posto sulla sommità  di una col­lina  e circondato da campi e boschi.

Eliseo amava girare solitario  attorno a casa per sentieri e mulattiere immerso in pensieri e meditazioni religiose essendo un credente per natura. Si soffermava a venerare una roccia, un albero o qualsiasi cosa in cui la sua devozione vedeva la crea­zione di Dio. Purtroppo non poteva avere l'amore materno perché la povera donna di sua madre era sempre segre­gata in una camera per pazzia.

Quando Eliseo raggiunse l'età giusta, il padre decise di dare al gio­vane un ottimo insegnante affin­ché fosse bene istruito in tutti i campi dello scibile, avendo capito che suo figlio, sia per il fisico che per attitudine, non avrebbe mai po­tuto diventare un capace uomo d'armi, ma che invece con una buona istruzione avrebbe sa­puto difendersi dagli intrighi di corte e fare una buona carriera diplomatica.

Passarono gli anni e un giorno ad Eliseo ca­pitò un fatto assai singolare.

Il suo istruttore gli stava dettando un brano di Catullo da tradurre e che era anche di una certa diffi­coltà, quando il giovane istinti­vamente sentì dentro di sé un forte desiderio di conoscere la traduzione e con sorpresa si ac­corse che guar­dando in viso il suo mae­stro era in grado di vedere quello che desiderava come se lo leggesse.

Non diede importanza a quanto era accaduto, ma  quando si ac­corse che bastava che lo volesse per­ché il fenomeno potesse ancora ripe­tersi, ne rimase as­sai sconcertato.

Tenne per sé il segreto per non essere tacciato di stregoneria e cor­rerne i rischi e si ripromise di non fare  mai uso di questa sua dote e per que­sto motivo teneva quasi sempre lo sguardo verso il basso.

Continuò la sua vita come prima, studiava e ap­prendeva molto fa­cil­mente,  diventava anche sempre più mistico e proprio per questo era con­vinto che non si sarebbe mai sentito in grado di reggere le sorti di un mar­chesato.

Non trascorse molto tempo che la sua vita do­veva però prendere una svolta decisiva.

Una sera a cena il padre di Eliseo, che era il suo figlio unico, gli disse: 

- Come saprai, stamani un no­stro camparo è stato trovato assassinato e fosti pro­prio tu a trovarne il cadavere. Ho fatto delle indagini e ho trovato un testimone che mi ha dato il nome del colpevole e che è già stato prontamente arrestato, per questo motivo domani mattina dovrò, dopo l'esame delle prove, pronunciare la sen­tenza che per giustizia non potrà essere che severa, e poiché anche questa pro­cedura farà parte delle incom­benze che avrai in futuro, spero lontano, de­sidero che anche tu sia presente.-

Il giovine non dormì quella notte, sia perché ve­deva nella sua mente il nudo costato trafitto del cam­paro e sia perché il mattino dopo doveva assi­stere a qualche cosa che era contrario al suo modo di pensare e al suo pensiero religioso.

Il salone del piano terreno quel mattino era pieno di gente ed era stata messa una transenna di separazione per evitare che tutto il locale fosse invaso. Il marchese sedeva su uno scranno alto ed Eliseo su uno più basso ac­canto a lui.

Dopo una raccomandazione molto dura del giu­dicante ai presenti di non fare chiasso, fu introdotto un pove­rac­cio.

Sciancato, dall'aria un po' tonta e che, non avendo forza fisica per fare dei lavori, viveva di bracco­naggio e di furterelli, per lo più di alimenti (pane e gal­line) e quando al suo ingresso ci fu un mormorio ostile egli non si rese nemmeno conto del terribile destino che gli stava per accadere.

Incominciò l'interrogatorio dell'imputato e gli fu chiesto se il mattino precedente era nel bosco dove fu ucciso il camparo poi  gli venne mo­strato il coltello in­sanguinato trovato nella sua casa, e che ora si tro­vava  sul tavolo accanto a lui insieme ad altri reperti. Gli fu chiesto   se lo riconosceva come il suo; se aveva dei precedenti di condanne ed infine se avesse avuta una lite terminata con l'omicidio della guardia campestre.

Lui rispose di sì a tutte meno che all'ultima do­manda,  però avendo difficoltà sia nell'esprimersi che nel parlare non seppe difendersi come in­vece lo fa sempre sia un innocente e meglio ancora un colpevole.

Dopo di lui fu chiamato a deporre il testimone chiave. Era un giovanotto robusto abituato a fare la­vori pesanti quale aiu­tante del mugnaio e dichiarò con voce alta e chiara:

- Mi trovavo nel bosco alla ricerca di funghi; era molto presto perché volevo tornare in tempo per svol­gere il mio lavoro, quando a una media di­stanza vidi lo sciancato che aveva in mano un le­protto e un col­tello  e stava strattonandosi con il camparo, poiché la cosa a me non interessava mi al­lontanai continuando la mia ricerca e solo quando più tardi venni a co­no­scenza dell'omicidio.

Collegai i fatti che avevo visti e  mi recai subito a comunicare quanto era a mia conoscenza a chi di do­vere. -

Rispose poi in modo coerente ad altre domande opportune e cosi pure altri testimoni secondari non aggiunsero nulla di interessante con le loro diverse de­posizioni.

Il marchese dopo breve riflessione si stava già al­zando dallo scanno per emettere la sentenza quando Eliseo lo fermò afferrandolo per un brac­cio e con voce sicura  gli disse: 

- Quando ieri sera mi parlasti dell'as­sassinio, io che avevo visto il ca­da­vere e che avrei po­tuto essere a conoscenza di qualche cosa non dissi nulla perché sembrava che tu sapessi già tutto, ma vi­sta la svolta che ha preso l'interrogatorio vorrei de­porre pure io. -

Il padre lo guardò assai stupito e poi subito  as­sentì. Eliseo incominciò a dare la sua versione del fattaccio e disse: 

- Vidi un uomo che furtivamente era sbucato da dove è più folto il bo­sco, aveva in  mano un involto si avvicinò a quel vecchio castagno cavo accanto al quale fu trovato il cadavere e vi gettò dentro il fagotto copren­dolo poi con muschio e terra, ma da dietro un cespuglio uscì rapido il cam­paro che certamente lo stava spiando.

Ci fu subito una reazione violenta da chi era stato sorpreso e i due uomini in­cominciarono a bat­tersi senza esclusione di colpi sino a quando il cam­paro cadde al suolo come se fosse stato colpito al petto.

Ignoravo chi fosse l'assassino e poi quando giunsi vicino al cadavere egli era già rapidamente fuggito.

Ora esaminando quanto è a nostra conoscenza: mi sembra strano che lo sciancato, molto più debole, abbia potuto avere la meglio nella collutta­zione con un uomo assai più robusto di lui.

Poi quel coltellaccio a lama larga, insanguinato li sul tavolo avrebbe provocato una larga ferita con la fuoriuscita di molto sangue; come sapete io ho visto il petto della vittima e ho notato solo qual­che goccia uscita non da un taglio,  ma  da un foro quadrato che poteva essere stato provocato da un'arma di foggia simile a questa! - 

Così dicendo si avvicino al garzone del mugnaio, gli aprì la casacca e dalla cintola estrasse un rudimen­tale pugnale fatto con un lungo chiodo quadrato e lo alzò perché tutti potessero vederlo.

Un sommesso mormorio di stupore percorse il salone, e siccome ora era facile comprendere chi era stato l'assassino i lacci di cuoio che prima  serravano i polsi dello sciancato passarono a quelli dell'aiutante del mu­gnaio, tuttavia non tutto era ancora chiarito e lo fu solo quando portarono quello che era nascosto nel cavo del castagno sito nel bosco. 

Erano diversi fagotti e quando furono aperti si alzarono grida di stu­pore e più forte delle altre quelle del mugnaio che urlò: 

- Ecco chi mi portava via un po' alla volta la mia argenteria! ladro... maledetto! - 

E così con questa sua esclamazione si mise an­che lui nei pasticci per­ché il, marchese lo riprese su­bito: 

- Benissimo! adesso dovrai dire perché non hai mai denunciati i furti e anche  dove hai presa quella argenteria che le tue possibilità non ti per­met­tono cer­tamente di acquistare: sii sincero perché solo la verità potrà salvarti in parte da una pesante pena. -

Il mugnaio sapeva che con un giudice come il marchese non aveva da fare il furbo e perciò disse la verità e cioè di averla comprata da un la­dro della con­tea vicina e di non avere mai denunciato i furti per non essere accusato di ricettazione.

Dai successivi interrogatori si venne a sapere come avvenivano per­petrati i furti dal giovane garzone che na­scondeva poi la refurtiva negli alberi del bosco. Quando la moglie del mugnaio andava ad assi­stere la sua vecchia madre, un volta o due alla setti­mana, il marito era solito ricevere la sua amante.

Il garzone dal suo giaciglio sul fienile, si alzava silenzioso e stri­sciando senza fare rumore si  portava poco alla volta sull'assito  della camera sotto­stante per spiare da un fessura degli assi del soffitto le effusioni dei due adulteri.

Fu cosi che una sera vide entrare furtivamente un uomo che aveva con se un involto, lo aprì e mise in mostra dell'argenteria e oggetti preziosi, confabulò e trattò a lungo con il mugnaio che alla fine pagò con poche monete la refurtiva dopo avere ascoltato e rassi­curato il ladro che si rac­comandava di metterla in vendita solo dopo qualche anno, quando non sarebbe stata più riconosciuta.

Quando l'uomo se ne andò il ricettatore prese gli oggetti e li nascose dentro un sacco di crusca che te­neva in un angolo della camera.

Il ladro tornò parecchie altre notti con molta re­furtiva e il garzone quando po­teva, ed era sicuro di non essere visto, ne prendeva solo una piccola parte e andava a nasconderla nel cavo del ca­stagno e quando fu sorpreso dal camparo non potendo fuggire non gli re­stò altra alternativa che quella di ucciderlo.

Così al marchese dovette  giudicare non uno, ma bensì tre reati: lo sciancato, essendo recidivo di bracconaggio venne condannato a tre mesi di prigione e lui ne fu ben contento perché o bene o male per tutto quel tempo avrebbe mangiato: il mugnaio doveva restituire tutto il maltolto ed  evitò la prigione, ma do­vette pagare una penale onerosa che lo ri­dusse quasi al lastrico e infine l'assassino che purtroppo fu con­dannato alla pena capitale.

Appena furono soli il marchese si rivolse al figlio e gli disse: 

- Sono soddisfatto di come ti sei compor­tato  sia per la tua  intelligenza che per il tuo razioci­nio! Sei stato bravo nell'esaminare i fatti e nel trarne delle de­duzioni così precise che io non avrei saputo fare. Per te prevedo un ottimo avvenire, quando sarai al mio posto avrai solo da contornarti di ottimi capi­tani, per­ché non sei adatto alle arti belliche, e dedi­carti solo alla diplo­mazia e potrai giungere molto in alto.

Visto il buon risultato di stamani voglio che tu assista all'esecuzione del garzone del mugnaio e che cominci ad abituarti alla vista del sangue.

Non so an­cora quando ci sarà l'esecuzione  per­ché adesso sono as­sai impegnato ai nostri confini dove mi hanno se­gnalato dei movimenti so­spetti delle truppe dei nostri nemici. -

Eliseo, che già da parecchio tempo teneva lo sguardo abbassato re­stò talmente sconcertato della prospettiva dei giorni futuri che non profferì parola e si sentì pervadere dallo sconforto.

Per il giovane incominciò un duro tormento che non lo abbandonava né di giorno né di notte. Con le sue convinzioni e la sua religiosità innata e profonda poteva anche capire, ma non poteva ammettere, un omicidio volontario per legittima di­fesa.

Capiva molto meno, ma comprendeva quello fatto in una guerra, però quello eseguito a sangue freddo gli faceva provare or­rore e ribel­lione, e poi era convinto che anche con un uomo che sia un delin­quente incallito abbiamo il do­vere di cercare di redi­merlo come si fa e si deve fare per un ammalato.

Il tormento più grande per il giovane era  di non sapere come dire al padre che la sua vita e la sua sola e reale aspirazione era decisamente orientata verso una direzione completamente opposta a quella che lui de­siderava e di certo parlandoglene gli avrebbe dato un dispiacere  fortis­simo in quanto il povero uomo era  già oberato dalla disgrazia della moglie e riponeva ogni soddisfazione futura nell’avvenire del figlio.

Dopo una lunga meditazione decise che anche se dolorosa doveva prendere una decisione, ma sic­come non si sentiva di affrontare il padre viso a viso, prese una penna e scrisse un biglietto che lasciò sul tavolino della sua camera.

In sintesi diceva che era angosciato di ciò che stava facendo e cioè aveva presa la decisione di riti­rarsi in un convento di monaci e dato che lui  era sempre stato un uomo onesto e giusto lo avrebbe compreso e perdo­nato.

Era appena sorta l’alba, e  dopo avere preso con sé tutto quello che più gli era necessario si avviò verso il vicino monastero.

Quando vi giunse cantava il gallo e i benedettini avevano appena terminato di cantare il “mattutino”; si presentò e chiese asilo, quel­l'asilo che non ve­niva negato neppure ai delin­quenti più in­calliti.

Essendo bene  conosciuto fu subito accolto e  mandato nell'apposita camera degli ospiti considerati importanti.

Il  marchese si trovava in riunione quando gli portarono il biglietto del figlio, lo lesse e non mosse un muscolo del viso, era un uomo con un ottimo auto­controllo abituato a nascondere i suoi sentimenti specialmente ai suoi subalterni soprattutto durante situazioni critiche ed in guerra.

La riunione era stata indetta perché il nemico aveva iniziato a muovere bat­ta­glia ed essendo in nu­mero assai superiore aveva già sfondato un lato della difesa.

Non era il caso di attendere rinforzi dalle retrovie perché anche loro avevano difficoltà, anzi li avevano incitati a resistere il più possibile per prendere tempo e prepararsi meglio alla  difesa.

Durante una pausa, in cui il nemico si stava pre­parando per il  colpo finale, il  marchese andò a cer­care il figlio e l'abate, in via eccezionale, data la cir­co­stanza gli permise di vederlo.

Il padre lo abbracciò e contrariamente a quanto Eliseo si aspettava gli disse: 

- Non ho nulla da rimproverarti, anzi approvo la tua decisione che la fede ti ha suggerita proprio in questo momento critico del nostro paese; fuori di qui sta infuriando una sanguinosa battaglia e dato che il nemico è anche lui cristiano, sia per convinzione  reli­giosa o per superstizione, rispetta e rispetterà i luoghi sacri e così tu per fede e non per vigliaccheria  ti trovi al sicuro.

Vorrei fermarmi ancora un poco con te, ma devo andare perché il dovere e la parola data mi chia­mano e, fin che mi sarà possibile, devo difendere il mio popolo.

Non ho più tempo di dirti tutto quello che vorrei e ti chiedo di pregare per me e la mia anima... che Dio ti benedica! - 

E andò via senza più girarsi per nascon­dere la commozione che lo stringeva alla gola con un unico con­forto che gli restava: il pensiero che il figlio si sarebbe forse salvato perché per tutte le pro­genie dei nobili vinti non c'era via di scampo.

La battaglia durò ancora per due giorni e poi il nemico espugnò an­che l'ultimo baluardo; a nulla valse l'eroismo dei difensori di fronte a forze preponde­ranti e meglio armate, vi furono molti atti di eroismo e il mar­chese prima  di soccombere si battè stre­nua­mente.

Anche la moglie con la strana forza che sempre accompagna la paz­zia, quando i nemici entrarono nella camera dove si trovava, prese un alare dal ca­mino e prima che riuscissero a trafiggerla con una lancia mise fuori combattimento ben quattro ag­gres­sori.

Anche il garzone del mugnaio che doveva es­sere giustiziato, combatté con coraggio e con buona ca­pa­cità.

Inutilmente Eliseo fece cercare i resti dei suoi cari: gli invasori avevano fatto un tale scempio delle spoglie dei vinti che non si trovò più nulla di ri­conoscibile.

I vincitori non ebbero pietà per nessuno commi­sero ogni sorta di crudeli  malvagità e prima di andar­sene lasciarono solo una piccola guar­nigione per go­vernare e proteggere il territorio conquistato, mentre il grosso si mosse subito verso le linee più avanzate per cercare di dare il colpo definitivo approfit­tando del successo appena avuto anche se solo par­ziale.

Eliseo fu sorretto dalla profonda fede che aveva per mitigare il dolore che l'opprimeva e per cercare di attenuare il continuo pen­siero delle disgra­zie che si erano abbattute sul suo paese natio e natu­ral­mente più di tutto  per il profondo dispiacere datogli per la morte del pa­dre e della madre.

Per cercare di attenuare i suoi tristi pensieri  chiese di essere addetto a qualche lavoro impegnativo, il  suo desiderio fu bene  accolto e fu aggre­gato agli amanuensi che erano addetti a trascrivere antichi e  logori documenti.

Non passò molto tempo che divenne anche no­vizio, poi prese i voti diventando così un monaco be­nedettino.

Pur restando sempre nelle sue  mansioni dove si mostrò talmente bravo, data la sua istruzione, che ol­tre la traduzione di testi greci e latini fu anche addetto alla riparazione di scritti su antiche perga­mene lace­rate e incomplete, recuperate dopo i sac­cheggi dei bar­bari, perché oltre a ripa­rarle sapeva molto bene com­pletarle anche delle parti mancanti e il tutto con pre­cisione e  con proprietà.

Infine l'Abate, viste la sue capacità e la sua fer­vida devozione reli­giosa, lo fece istruire per poi fargli  prendere gli ordini che gli potevano permet­tere di celebrare la S. Messa e le altre funzioni sacre.

Quando giunse il momento di dar vita alla cella sui monti, l'Abate pensò bene di abbinare l'intelligenza e la religiosità con la decisione e l'a­zione e per questo mandò a chiamare Eliseo e Simone, dando loro tutte le istruzioni necessarie per i compiti che dovevano svol­gere presso la po­vera gente abbando­nata a se stessa da troppo tempo- Si doveva lavorare pa­zientemente per ricondurla al Cristianesimo abbandonato per la superstizione pa­gana.

I due monaci lieti di mettersi al servizio di Dio e degli uomini si misero in cammino all'alba di un giorno di fine maggio. La strada che do­vevano percorrere era lunga e faticosa, ma pre­gando e meditando immaginavano come meglio pote­vano svol­gere il loro compito con l'aiuto di Dio, così essa di­venne più agevole e serena.

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