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  1975

 l'altro giornale

 

l’altro giornale

 

Ho visto gente indignata di fronte ad un muro scritto

gente “bene”

s’intende

questo modo incivile di imbrattare la proprietà

degli altri

non ha mai impensierito

coloro i quali vanno a lavorare in bicicletta alle cinque di mattina

coloro i quali costruiscono scuole dove ci possono andare solo gli altri

coloro i quali portano il cappello che il “padrone” ha smesso

coloro i quali non hanno il tempo di cantare perché vivono imprecando la miseria

coloro i quali non hanno voce in capitolo

coloro i quali non sanno che sia il “perbenismo”

aspetto aristocratico di una cultura borghese unicamente

capace di

dare giudizi in base a “giusti” principi

i suoi

così ci sono due spazi sui quali scrivere

il giornale

          ordinato

          corretto nel senso di ortografia

          garante della verità “ufficiale”

          il “padre premuroso” ossequiente ad un “potere” che deve potere

          tutto se no che razza di “potere” è

il muro

          disordinato

          lapidario

          dalla verità “punto e basta”

          il “figlio discolo” irrispettoso che dà del tu a tutti

scrivere sui muri è

          farsi leggere

          dissacrare le istituzioni contro le quali si combatte

          lanciare una “parola d’ordine” nella lotta di classe

          rendere pubblica una denuncia che non potrebbe essere

          fatta altrimenti

la gente “bene”

quella che conta

s’è dimenticata

ha la memoria corta

che se oggi è ciò che è lo deve ad altre scritte

          simmetriche

          ordinate

          incorniciate

          dipinte con vernici di certo non autarchiche dal momento

          che si possono leggere ancor oggi nonostante il lavoro

          dell’imbianchino di stato

chi ha del ferro ha del pane

ma quando il ferro è ben temprato

trova

probabilmente anche l’oro

qui da noi

l’oro adesso

qualcuno lo ha trovato

e

mentre l’imbianchino di stato continua

da anni

nel suo inutile lavoro

altri

sui muri delle periferie industriali e dei quartieri popolari

scarabocchiano

la loro speranza

in

rosso

 

[da “il foglio” di Torino n 39 - anno V - n 4 - maggio 1975]

 
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