gli anni di carta 
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  1967

 poesia su tema

                           

                            - POESIA SU TEMA -           

 

 

Lee Master: I nostri destini sono legati a stelle

che non vogliono saperne di noi.

 

 

E’ chiaro!

Siamo l’uno di fronte all’altro:

tu avevi un tizio

io avevo una tizia

tu sei rimasta sola

io sono rimasto solo

tu potresti farti un nuovo lui

io potrei farmi una nuova lei.

 

Si dice:

che tu non sia la mia soluzione

Si dice:

che io non sia la tua soluzione.

 

E’ chiaro!

Siamo l’uno di fronte all’altro:

tu mi potresti essere amica

io potresti esserti amico.

 

Si dice:

tra tizio e tizia non ci può essere amicizia.

 

E’ chiaro!

Eppure siamo l’uno di fronte all’altro

Tu per me non sei nessuno

Io per te non sono nessuno.

 

E proprio per questo

non possiamo rimanere

l’uno di fronte all’altro.

 

E’ chiaro!

Ma solo in apparenza.

 

 

[Torino - 1967]

 il barbone e il fiume

              

             - IL BARBONE E IL FIUME -

         

Quattro stracci

un’anima

la barba da fare

e il nome:

uomo.

 

Da dove venga

cosa faccia

dove vada

non importa.

 

Si dice che non serva a niente e a nessuno

può darsi.

 

Cammina

lungo la riva destra

del suo fiume

guardando

in basso

alla sua sinistra.

 

Non è solo

no può essere solo

al suo fianco

cammina

un altro lui.

 

Non si muove solo

non può muoversi solo

al suo fianco

si muove

un altro lui.

 

Non muore solo

non può morire solo

al suo fianco

muore

un altro lui

quando:

quattro stracci

un’anima

la barba da fare

e il nome:

uomo

cadono lungo il fiume

all’ora stabilita.

 

[Torino – dicembre 1967]

 

 DIVAGAZIONI

               

                 DIVAGAZIONI

 

 

Cercherai “qualcuno”

o “qualcosa”

ma senza

sapere né “come” né “dove”.

E così

vorrai andartene

da un cerchio

che non ti presenterà

via d’uscita

alcuna.

 

Allora ricercherai “te stesso”

tra altri “te stessi”

al di fuori del tempo e del luogo

per porre

una fine qualunque

al tuo problema di sempre

senza gridare:

“Basta!”

prima ancora che “tutto” o che “niente”

abbia inizio

e dove l’”intorno”gira come sempre

monotono.

 

Vivrai nel “presente” il “passato”

con la stupida

speranza

d’incontrarlo nel “futuro”.

Così il grillo

canterà in “oggi”

un “ieri”

credendo il “domani”.

 

Tutto questo al “presente”

dove tu sarai al centro di strade

che non saprai scegliere

e che,

in fondo,

t’aspetterei cosparso d’inutili ore liete

domani

inesorabilmente appassite.

 

Quale senso,

ormai,

potrà avere il tuo discorso

mosso all’angolo

dell’evidenza delle cose

che se ne andranno

per i fatti loro.

 

Le cose che amerai,

che più amerai,

e avrai preparato con cura,

le porterai nella tua valigia d’ogni giorno

che si aprirà solo per ordinarti:

“Rimpiangi!”

 

Da soldato,

troppo presto costretto alla resa,

ripenserai alle tue poche vittorie

e ne ricorderai il costo

e ne dimenticherai il valore

come se quanto t’è stato dato

non t’avesse reso niente per il “dopo”.

 

Nella tua vana ricerca

d’una qualsiasi rotto

per uno spigolo di terra al sole

sempre

chi pagherà in contanti

avrà la meglio su di te

costretto,

dal tuo troppo esigente destino,

pagare in parole

di cui

tu solo

conosci il prezzo.

 

Così ricorderai

che tutto è costato

maledettamente caro

e tirando le somme t’accorgerai

che nel tuo setaccio,

d’inutile cercatore d’oro,

t’è rimasto

un solo pietoso

sasso

che non potrò certo

mai

pagarti

quel poco che “non sai” e che “vorresti”.

 

Ricorda!

Stai pagando troppo

quel poco che ti vien dato

e che ti renderà più “cosa” che “uomo”.

 

La tua rete sta già logorandosi

nel vano tentativo di tirare a riva

una vita malinarnese.

 

Ti ritroverai

stanco

senza una sola briciola

di quanto avresti voluto;

tu

che di certo

non avevi la pretesa di comperare il mondo

ma ti saresti accontentato

d’un sorriso

di seconda mano.

 

E la “costanza” cederà il passo

alla “fretta” che porta con sé

l’inevitabile errore.

 

La tua vita:

una clessidra che non si può voltare

la cui sabbia sale,

grano su grano,

sino alla tua gola secca

per colmare una bocca

incapace ormai

di parlare.

 

Chiederai: “niente”,

“niente” è poco,

ma neanche questo ti sarà dato,

poiché nel “dare niente”

c’è di mezzo il “dare”

che non riconosce

contropartita.

 

Così la “carità”,

presto,

andrà facendosi parente stretta

della “presa in giro”

e l’”amore” cederà le armi

alla più facile

“fare l’elemosina”.

 

Dove tutto sarà

uniforme, incolore,

senza

suono alcuno

ti ritroverai con l’assurda paura

di perdere ciò

che ti hanno raccontato

esistere

dimenticandosi d’aggiungere: “nelle favole”.

 

Il tuo sorriso

non convincerà più nessuno:

sarà troppo triste

e anche gli altri potranno vedere in esso

il tuo “noi”

al ridere su di te.

 

La vita ti prepara

un girotondo di stupidità

che no potrai uccidere

senza decretare

il tuo suicidio.

 

Tu, abituato a stupire,

mancherai il solo bersaglio al quale tieni

e che forse non è mai stato;

d’ora in poi

non potrai più fallire:

fallito già in partenza.

 

Conoscerai la paura d’essere inutile

a chi vorresti non ti fosse indifferente

e,

lo sai,

sarai inutile

come un gomitolo di lana

d’una maglia finita.

 

L’”abitudine”: vecchia amica!

di soccorrere chi non ha nessuno

ti pagherà,

poi,

con la solita stretta di mano

che ricorda da vicino

la più verosimile

“comodità”.

 

Non potrai

raccontare a nessuno

le tue chiusure per fallimento

e la tue decisione,

irrevocabile,

di non metterti in svendita

per trovando

l’eventuale “chi”,

 

Ti sarà negato

anche l’ormai desiderio

di poter dire:

“grazie”

per un “prego” che riceverai.

 

Vedrai gli altri passare

con la loro finta libertà

e prima che tu possa dire loro: “ciao”

si saranno già fatti grandi,

molto grandi,

troppo grandi,

troppo grandi nel senso comune

che poco spartisce col “giusto”

e dovrai augurarti

d’essere

tu

il “fuori”

dell’intricata situazione.

 

Non potrai

sottrarti alle regole

di un gioco che ti sta beffando

dandoti il coltello dalla parte del manico

ben sapendo

che mai

sapresti uccidere.

 

Il punto fisso perderà la sua funzione

e inafferrabile

ti ballerà davanti

con un faro

da saltimbanco.

 

Respirare diventerà

un’abitudine fine a se stessa

affinché possa esservi

un qualunque domani.

 

Lo stesso dito indice

si dimenticherà

di segnarti una via d’uscita

nella farsa d’ogni giorno

dove

non ti sarà più chiaro

se tu sei l’uomo

che gioca a fare il burattino

o il burattino

che gioca a fare l’uomo.

 

La troppo facile soluzione

di cogliere quanto passerà

male si adatta

a chi non è

abituato

rubare.

Così ti proporrai

di fare le cose come vanno fatte

e il “giusto” diventerà il “buffo”

e tu verrai pagato

con il solito: “osso”.

 

Vuoto, da non reggerti in piedi,

cercherai nel fil di ferro

chi ti possa dare una mano

ma il tempo, inesorabile,

lo renderà arrugginito

e incapace di sopportare

il minimo sforzo.

 

La verità

ti presenta

troppe facce per essere vera

e il tarlo del dubbio

ti roderà

senza

tregua.

 

Cercherai “qualcuno”

o “qualcosa”

ma senza

sapere né “come” né “dove”.

E così

vorrai andartene

da un cerchio

che non ti presenterà

via d’uscita

alcuna.

 

[torino - dicembre 1967]

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