gli anni di carta 
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  lettere a maria

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 Introduzione

 

Non nascondo la mia difficoltà nel presentare questo libro. Un libro singolare, scritto senza saperlo, da un uomo come tanti altri. Una storia forse come tante altre che viene letta attraverso le sue lettere a una donna.

Prima d’ora non mi sono mai occupato di cronaca, nonostante da tempo io scriva come giornalista su questioni spesso marginali, ma non per questo di poca importanza. Mi sono dedicato a  ricerche  sull’uomo e sul suo pensiero. Ho scritto brevi saggi, racconti e  poesie più o meno fortunate. Ora mi trovo a dover scrivere di un fatto accaduto, dove cronaca, poesia e sentimenti si fondono, appunto, in una storia comune, banale, forse.  Questa è la vicenda che sono riuscito a ricostruire con pazienza, cercando di mettere insieme le tessere di un casuale mosaico.

Nel 1982, di ritorno da un viaggio nelle lontane terre africane, affascinato dal luogo, decisi di cercare una casa a  Castelvecchio di Rocca Barbena,  un paesino tra la montagna (colle di San Bernardo) e il mare (Albenga in provincia di Savona). Ulivi a valle e abeti a monte. Sin qui niente di eccezionale. Sono molti i paesi in Liguria che hanno queste caratteristiche. La sua particolarità e il suo fascino sono nell’essere un borgo medievale  tutelato, ora, dall’Unesco, come luogo di particolare interesse storico.  Ora proprio a Castelvecchio ho trovato  e comperato la casa, una casa abbastanza piccola su due piani con il fronte rivolto verso il  piazzale  della antica chiesa.

Il borgo è disposto a cerchi concentrici, con stretti vicoli disposti a raggiera su metà della circonferenza. L’altra  metà è formata da un enorme masso, appunto Rocca Barbena, sulla cui cima è stato edificato il castello. Non ho mai avuto grande interesse per la storia, non entrerò quindi nel merito  di quella del luogo, benché riconosciuta di notevole importanza.

Come già detto, la casa risale al periodo medievale ed  era stata in parte ristrutturata dall’unico muratore del posto che aveva mantenuto il rispetto sia per l’originaria struttura che per i materiali impiegati, così come la pietra. Fu nell’estate del 1988 che, durante la successiva ristrutturazione  di una piccola parte della casa al piano terra, furono ritrovate delle vecchie carte in un vano ricavato nel sottofinestra che, per ragioni di spazio, avevo deciso di allargare. La cosa non mi stupì più di tanto. In ogni casa, soprattutto vecchia, si scopre sempre qualcosa di  misterioso. Il mio spirito di ricercatore, poi, che si serve dell’alibi  di sbarazzare solai e cantine alla ricerca d’imprecisate cose  interessanti, mi spinse  a guardare con attenzione quei documenti – in parte malconci per via del tempo e dell’umidità. Gran parte del materiale era costituito da cataloghi e figurini di carta per la confezione di abiti. Tra loro anche alcuni documenti della fine dell’Ottocento erano di poca importanza come note spese e documenti anagrafici. Ma, e qui è l’importante, c’erano delle vecchie lettere e una serie di appunti dai quali si poteva desumere uno scambio epistolare tra un uomo e una donna.  Io, che  provengo più dal mondo della poesia che non da quello della cronaca, rimasi  allora sorpreso da quel modo insolito di scrivere.  Presto accantonai la ricerca, per così dire letteraria, per dedicarmi a quella della conoscenza di chi era vissuto in quella  casa nei primi decenni  del Novecento. Scoprii allora che all’epoca quel locale era stato all’inizio del XX secolo l’ufficio postale del Comune, gestito da un certo Giacomo che faceva anche il sarto (naturalmente tralascio il cognome per non  entrare nei particolari di una storia che, per quanto mi è dato di sapere, era forse ignorata dagli abitanti del paese). Ho avuto queste informazioni  dai vecchi del luogo con i quali ho passato lunghe serate nell’unica osteria, alla ricerca di notizie che mi dessero la possibilità  di  riordinare il materiale ritrovato e cercare di ricostruire la storia che c’era dietro. Ora sappiamo che quella casa era l’ufficio postale e l’abitazione del sarto Giacomo,  nato a Castelvecchio martedì 19 febbraio 1901. Un’anziana signora loro vicina, morta alcuni anni fa, mi disse che era la notte del 18 e non del 19. Difficile stabilire quindi, con esattezza la data. Poco importa al fine di questa vicenda. Giacomo morì il 31 luglio del 1941. Di lui non ho saputo molto, anche se in parecchi si ricordano di lui. Me lo hanno descritto  di corporatura media,  gentile, ma di poche parole. Non ricordavano di averlo mai visto arrabbiato. C’era chi sosteneva che non avesse mai neanche alzato la voce. Di certo  aveva fatto un qualche studio, se non altro per passare il concorso di gerente postale, il che, allora, voleva dire fare anche il postino.

Non sono riuscito a capire se e quali contatti avesse avuto  con il mondo circostante. Come tutti allora, e in parte anche adesso, la sua vita è trascorsa tutta in paese, ad eccezione di qualche scappata al mare. Dicono anche che avesse degli scambi epistolari con artisti  passati di lì, alcuni dei quali diventati poi famosi. Sicuramente  era un uomo che leggeva molto e, questo lo si può desumere dai sottintesi letterari della sua corrispondenza. Allora veniva giudicato, come si direbbe oggi, un intellettuale,  nonostante facesse anche il sarto.

Giacomo non si sposò e, per quanto è dato sapere, la sua vita sentimentale fu molto riservata.

Molto minori le informazioni  sulla figura di Maria (naturalmente tralascio anche per lei il suo cognome), la maestra. Dai documenti risulta essere nata nel 1918 a Bordighera. Si sa che arrivò diciottenne, nel 1936, alla scuola elementare di Castevecchio di Rocca Barbena dove rimase fino all’estate del 1940  per poi venir trasferita non si sa dove.

Viveva vicino alla scuola, all’ingresso del paese. Una vita riservata di cui non si conosce  granché. Alcuni, soprattutto donne, la ricordano come una bella giovane  dai modi garbati, un po’ triste, anche lei di poche parole. Solo a volte era stata vista ridere in modo  inaspettato. I tratti da contadina non appartenevano al suo corpo anche se, pare di capire,  non fosse proprio esile. Dicono vestisse da signora, ma mai con colori vivaci.

Questo è quanto ho saputo dei personaggi di questa storia che è stata costruita dal loro carteggio, o meglio  dalle lettere  di cui Giacomo teneva. Non ho ritrovato alcuna risposta di Maria che così si può leggere solo attraverso le parole riportate da lui.

Comunque le lettere e gli appunti trovati in casa di Giacomo hanno permesso di portare alla luce un discorso amoroso che nessuno conosceva in paese tranne i due protagonisti.

Probabilmente non fu un caso il loro incontro. Erano tra le poche persone che sapevano leggere e scrivere correntemente nelle prime decine d’anni del secolo scorso.

Non deve meravigliare se Giacomo si rivolge  a Maria con il “Voi” che, oltre a essere considerato un segno di rispetto, era anche un retaggio del linguaggio tipico dell’ambiente contadino,  nei primi anni del Novecento.  

Questi scritti, ripeto,  hanno molti punti oscuri che  vanno via via aumentano con il passare degli anni. Conoscendoli a fondo, là dove sono riuscito  a intuire ciò che mancava,  ho inserito in corsivo tra parentesi quadra le presunte parole o le frasi omesse.

Forse può ancora interessare il lettore che Giacomo, negli ultimi suoi anni di vita, sebbene non vecchio, lasciò l’ufficio postale e smise anche di fare il sarto. Diventò sempre più chiuso. Non rivolgeva parola a nessuno, se non per rispondere al saluto, per poi, alla fine, non rispondere nemmeno più a quello. Alla fine passava tutto il giorno seduto su un sasso presso il castello con lo sguardo perso nel vuoto, rivolto verso il mare che, però, non poteva scorgere  per la chiusura dell’orizzonte a valle dal sovrapporsi dei crinali dei due monti.

 

Ora alcuni doverosi asterischi:

 

* A conclusione del carteggio  le note di riferimento  rimandano ai testi letterari  a cui Giacomo intendeva presumibilmente riferirsi.

 

* Una difficoltà da superare è stata la quasi totale mancanza di date nelle lettere di Giacomo. L’ordine è stato quindi dettato, sin dove possibile, dalla logica (anche qui, ove ipotizzabile, è stata aggiunta tra parentesi quadra una probabile data).

 

* Frasi e frammenti di discorso non inseribili temporalmente, sono stati riportati in una prima appendice in quanto, a mio avviso, rappresentano comunque, nonostante l’incompletezza, un qualcosa di poetico o motivo di riflessione. Mentre in una seconda  appendice trovano posto appunti e  immagini su Castelvecchio di Rocca Barbena. Non credo aggiungano nulla alla storia che nasce dalle lettere di Giacomo e Maria, o meglio alla loro storia. Ma a volte conoscere e vedere dove si sono svolti i fatti può soddisfare la curiosità del lettore meno interessato all’aspetto letterario del libro.

 

* Alcune annotazioni potrebbero anche non essere troppo precise, ma ho la presunzione di poter affermare che non dovrebbero comunque essere distorte dalla realtà, visto il  tanto tempo  passato nel ricostruire la storia su documenti  provenienti da una sola fonte. 

 

E ancora:

Ringrazio  tutti coloro i quali mi hanno aiutato nel rintracciare le informazioni che  hanno consentito di ricostruire questa storia. Senza la loro collaborazione questo libro forse non sarebbe uscito e l’amore di Giacomo per Maria (e perché no, di Maria per Giacomo) sarebbe rimasto per sempre nel silenzio di Castelvecchio di Rocca Barbena.

Infine un particolare grazie a Clelia Ginetti  che ha saputo mettere ordine nel materiale.

 

Torino 01 gennaio 2006                                                     

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