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  I MONACI, LA MASCA E LA STREGA
  Capitolo. 16 - La morte dell'Abbà -

 

Dopo il matrimonio di Elena la vita nel villaggio riprese a tra­scorrere tranquilla senza eventi che potes­sero dare adito a commenti o a ...pettegolezzi.

Le persone che si intrattenevano con Martino si accorsero bene pre­sto che il mutamento era reale e i suoi discorsi erano coerenti nel senso e nor­mali nel dire.

Siccome erano venuti a sapere che era stato gua­rito dalla masca continuavano a interrogarlo su che cosa era avvenuto e volevano cono­scerne tutti i partico­lari; ma come aveva già fatto con i monaci e con Marco il giovane dava sempre delle risposte vaghe e imprecise.

Alla fine smisero di chiedere anche perché Eliseo mise fine a tutte que­ste dicerie e alle conseguenti conclusioni, che erano supposizioni strampa­late, stron­candole nettamente, asserendo che non vi era nulla di magico nelle guarigione del giovine, ma che si era ripreso  solo da un ritar­dato sviluppo men­tale per grazia di Dio, fu creduto e tutto fini li.

 Dopo che passarono alcuni giorni dal matrimo­nio, Marco si accorse di avere un collaboratore volen­te­roso che lo aiutava validamente e che così lui poteva dedicarsi di più a progetti vari che erano già stati stabi­liti nell’in­te­resse del paese oppure ad altri che aveva in mente di realizzare da pa­rec­chio tempo.

Pure i due monaci Benedettini si rallegrarono del­l’avvenuto miraco­loso cambiamento di Martino per­ché constatavano che aveva una intelli­genza fertile come quella di un bambino avido di apprendere e an­che con grande facilità, potendo  farsi validamente aiutare nelle loro nume­rose in­combenze.

 Era un fatto normale che i due monaci fossero qualche volta svegliati di notte,  per correre al capez­zale di ammalati gravi che necessitavano di un con­forto e di buone parole che li aiutassero a superare se­renamente l’abbandono della vita.

Ma quella notte fu un caso insolito, Simone fu svegliato un poco bru­scamente dal confratello che ap­pena lo vide sveglio gli disse : 

- alzati che dobbiamo andare dall’eremita che ci chiama perché sta per morire ed ha bisogno di noi. - 

Sbadigliando Simone osservò:

-  guarda che tu avrai sognato! perché come può averci chiamato se é distante da noi e nessuno é ve­nuto ad avvertirci che sta così male da es­sere sul punto di morte.-

 Di rimando Eliseo gli disse:

 -  mi ha svegliato toc­candomi una spalla come se mi fosse stato vicino a me, e per di più io lo ho visto come vedo te adesso, mi ha fatto capire di andare su­bito da lui, e poi per te questa non dovrebbe essere  una cosa nuova perché ti é gia capitata quando eri ri­coverato nel lazzaretto e quindi non deve affatto stu­pirti ! forza alzati e an­diamo subito prima che sia troppo tardi . - 

La notte non era ancora terminata e il cielo aveva solo un debole chiarore ad oriente, quando i due mo­naci solleciti, si misero in cammino verso quella località che oggi viene denominata Prà l’Abbà e vi giunsero che albeggiava appena.

Non videro fuori chi li aveva invocati, almeno così era  sembrato ad Eliseo.

Prima chiamarono parecchie volte e visto che nessuno rispondeva  entrarono nella baita: purtroppo trovarono l’eremita che era disteso a terra incapace di muoversi e di parlare.

Si trovava proprio di fronte alla sua Croce e si vede che il male lo aveva sorpreso proprio mentre stava pregando od era in meditazione; la capretta era poco distante nel prato e già pascolava, completamente in­dif­ferente ed ignara di  quello che purtroppo stava per ac­cadere.

L’eremita era in grado di comprendere perché ap­pena i due monaci entrarono nella baita li riconobbe e fece loro un cenno come se fosse di ringraziamento.

Pur essendo in agonia gli occhi gli brillavano quasi con letizia e le lab­bra continuavano a muoversi lentamente probabilmente continuava a sus­surrare delle preghiere, tutto l’insieme non dava l’impressione della violenza della morte al contrario dava la netta im­pressione che  quello che stava avvenendo non era al­tro che un  lieto passaggio da un modo di es­sere ad un altro di gran lunga migliore.

Eliseo si avvicinò al degente gli si inginocchiò ac­canto e si sentì piutto­sto imbarazzato perché si tro­vava di fronte ad un uomo che aveva dedi­cata tutta la sua vita a Dio non a se stesso, ma per il bene di tutta l’u­manità.

Il monaco aprì una teca, ne tolse un pezzetto di pane benedetto e delicatamente lo pose tre le labbra del morente che lo accolse con evi­dente grande devo­zione, poi il monaco si avvicinò al focolare  prese un pizzico di cenere e con essa fece una croce sulla ru­gosa fronte dell’eremita morente.

Passarono ancora pochi istanti e poi il santo uomo si spense.

Gli chiusero gli occhi che erano restati semia­perti e mormorarono con devozione molte pre­ghiere in suffragio della sua anima.

Si trattava adesso di dargli una onorata sepol­tura e dopo una breve consultazione tra loro decisero che non era il caso di portarlo nel cimitero del paese, ma di lasciarlo sepolto nei luoghi dove era vissuto per lun­ghi anni e che aveva santificato con la sua pre­senza che era testimonianza della grazia di Dio.

Lo portarono dove Eliseo aveva celebrata la Messa il giorno dopo che era arrivato in quel luogo, e dopo avere scavato una fossa vi depo­sero la salma e la copri­rono con la terra che avevano rimosso, ma poiché lo scavo non era molto profondo perché la roccia quasi affiorava, vi po­sero sopra molte pietre ben dispo­ste e di buone dimensioni affinché i lupi e altri animali carni­vori non potessero profanare e recare danno alla tomba.

Quando ebbero terminato di compiere la triste in­combenza era già giorno e si sedettero accanto alla sor­gente dove avevano visto la prima volta l’eremita e che li aveva lasciati cosi  perplessi e indecisi su quello che dovevano fare per avvicinarlo.

Simone riandò con il pensiero e con molta grati­tudine alle cure bene­fiche che aveva avute al suo brac­cio quando era stato trafitto dal coltello del brigante incontrato alla fontana dove si erano dissetati dopo il loro lungo cammino dalla Abbazia di Novalesa.

Ma le sorprese non finivano di susseguirsi; quasi improvvisamente sbu­carono dal bosco accanto a loro e si approssimarono tre uomini che quando furono più vicini fu facile riconoscere in essi i tre banditi che ave­vano incontrati alle falde del monte e che gli ave­vano indicato dove po­te­vano trovare l’eremita.

Quello di essi, che fungeva da capo,  ed era Oberto che  si mostrò lieto dell’incontro con i monaci e spiegò loro che essi si trovavano lì perché al­cuni giorni prima, durante una loro visita, avevano trovato l’Abba’ in pes­simo stato di salute e adesso erano venuti a ve­dere come stava perché anche loro gli erano molto af­fezionati.

Quando seppero che era morto ne furono since­ramente rattristati e vollero rendere omaggio alla tomba ponendovi sopra dei fiori: intanto la capretta incomin­ciò a belare perché da oltre un giorno non era più stata munta e aveva il petto dolente.

Simone provvide subito a mungerla, avendo ca­pito  il motivo dei be­lati; la povera bestia era l’unica cosa che l’eremita aveva lasciato e anche dalle ricerche fatte nella sua misera casa fu trovato solo un vecchio mano­scritto, che forse in origine doveva trattare di erbe in quanto non era più leggibile sia per la sua ve­tustà che per il deterioramento provocato dalla umi­dità .

Dopo i primi formali saluti, ci fu uno scambio di notizie tra i monaci e i nuovi venuti; Oberto esaminò attentamente il braccio di Simone e si ralle­grò nel ve­dere che era guarito perfettamente e poi diede le prime notizie sue e di Alina .

Il chiavaro a causa dello smacco che aveva era stato mandato via e anche il si­gno­rotto non c’era più.

Ma al suo posto ne era venuto un' altro peggiore, che lasciava ai suoi sudditi solo il minimo necessario per vivere e portava via tutto, anche con la violenza se era necessaria e i suoi dipendenti erano della stessa ri­sma, la vita era diventata un inferno.

Il modo di agire delle donne non era affatto cam­biato, anzi peggio­rato, si concedevano volentieri a tutti quelli che avevano un posto, anche se piccolo, di comando, se ne vantavano con il pieno consenso del marito e del padre perché speravano, in caso di bi­sogno di avere così delle agevolazioni anche se solo molto pic­cole.

E proprio per questo brutto andazzo di cose che la sua cara Alina  aveva fatto sapere con molta pre­cauzione  di essere ritornata e che se ne stava sempre chiusa in casa a sbrigare le faccende domestiche ed a tes­sere.

Eliseo li mise al corrente di tutti i cambiamenti, che loro già in parte co­noscevano, che erano avvenuti nel paese di Talucco e di come il tenore di vita fosse cambiato in meglio e Simone aggiunse: 

- anche parec­chi fuggiaschi si sono uniti a noi. Perché non venite pure voi ? -

Rispose Oberto. non posso perché cerco di pu­nire le angherie che vengono inflitte ai miei compae­sani, lo faccio con delle razzie notturne nelle abita­zioni degli aguz­zini portando via quanto mi capita sottomano e pa­gando anche con una buona dose di le­gnate; ....naturalmente di con­seguenza hanno stabi­lito che per chi ci catturerà, sia vivi che morti, ci sarà una lauta ricompensa e il condono di piccole somme do­vute al nostro ag­guzzino con molto suo di­spiacere. -

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